Salutiamo una cara collega, Patricia Chendi, che è stata per anni il cuore e lo spirito di Sonzogno. Quando, nel 2010, Marsilio ha acquisito questo marchio da RCS, era tutto da reinventare: Patricia ci si è dedicata con la piena energia che l’ha contraddistinta, costruendo piano piano un catalogo che è fiorito nel tempo. Ha scelto libri con la stessa modalità con cui ha vissuto: dovevano essere belli e inattesi, sofisticati e amichevoli, per tutti ma non facili. È così che ha portato in Italia Madeline Miller, una grande autrice che pure sembrava essere lontana dal nostro mercato. Non era lontana, era solo in anticipo: è esplosa dieci anni dopo, con riscontri che Patricia non ha potuto godersi fino in fondo. 

Amava molto la narrativa straniera e ha saputo valorizzare tanti autori, ma è stato sulla narrativa italiana che ha fatto miracoli di visione e di pazienza, cogliendo per prima la vocazione di scrittori inesperti e portandoli a maturare. Al loro fianco è stata allenatrice, talent scout, confidente, consigliera, amica, supporter, instancabile nel chiedere riscritture e pretendere un ultimo sforzo. In un’editoria sempre di corsa, ha regalato ai “suoi” scrittori il tempo per fare meglio, e alla casa editrice un catalogo di cui andare fieri. Perché nella sua idea di editoria, i libri non si fanno “su misura del lettore” alla scrivania; nascono dall’incontro, dall’intuito, dalla capacità ermeneutica di esprimere doti nascoste. 

Si definiva ridendo “un’editor da bar”, perché era davanti a un caffè o un aperitivo che esercitava il suo vero talento: l’empatia. Ascoltava e rielaborava, cogliendo i doni che il suo interlocutore non sapeva neppure di avere: al giallista consigliava di scrivere un libro sull’alimentazione, all’accademico di divulgare, all’illustratore di farsi narratore. Tesseva e intrecciava fili con le persone più varie, che le restavano tutte ugualmente devote: una rete di conoscenze enorme, che rimpiange insieme a noi la sua vitalità e la sua intelligenza.

Per questo e per tanto altro ringraziamo la collega, ma è l’amica che vorremmo salutare: accogliente e curiosa, disinteressata a ruoli e gerarchie, sempre divertente e imprevedibile. Sarà strano non trovare Patricia a Londra o Francoforte, alla prossima festa, al solito bar. L’aspetteremo comunque fiduciosi, magari è solo in ritardo.


Patricia Chendi


Ricordo di Patricia di Chiara Valerio, apparso su repubblica.it

In un mondo dove tutti sembrano dover avere un volto, l’editore è ancora un mestiere che consente qualche mistero e cioè di poter avere, talvolta, solo un nome. Dietro al successo italiano di Madeline Miller – La canzone di Achille Circe, libri pubblicati anche da Robinson con Repubblica – c’è Sonzogno, e c’è Marsilio, ma prima di tutti c’è Patricia Chendi. Prima che Luisa Ranieri incarnasse Lolita Lobosco, una delle serie italiane più fortunate e apprezzate degli ultimi anni, Patricia Chendi aveva trovato e aiutato Gabriella Genisi, l’autrice, a sviluppare personaggio e titoli. Patricia Chendi è morta a 53 anni. Aveva lavorato anche in Sperling & Kupfer e da Baldini & Castoldi.Per descrivere Patricia Chendi, semplicemente Chendi, in giuliva assonanza col cartone animato, anche se i ricci di Patricia erano rosso ramati, laddove i boccoli di Candy Candy biondo dorati, non si può che pensare a Ian McKellen che interpreta James Whale, regista di Frankenstein, in Gods and Monsters e dice che nascono le giraffe e nascono i buoi e le giraffe non possono essere aggiogate all’aratro.

Questo non significa stabilire una graduatoria tra giraffe e buoi, ma semplicemente sapere che giraffe e aratri insieme non funzionano. Patricia Chendi era giraffa, dunque per lei niente aratri, solo praterie e fronde. Patricia Chendi, come tutti, prendeva abbagli e cantonate, perché il mestiere di editore, come la vita, consiste pure in questo.Veniva da un mondo più vasto di quello di molti – di certo del mio – la madre appartiene a una famiglia ebrea alessandrina, la zia di Chendi è la mitica Tania Sachs il cui nome è indissolubilmente legato a Vasco Rossi, tra altri grandi artisti dei quali si occupa e si è occupata, suo marito è Massimo Boffa, cresciuto in Russia, a lungo giornalista di carta stampata (ha diretto le pagine culturali di Rinascita e Panorama). E in questa vastità di provenienze, frequentazioni, incroci stava la particolarità del suo lavoro di editore. Guardarsi intorno.

Autrice alla fine degli anni Novanta di una fortunata serie, pubblicata da Mondadori, con protagonista Siddharta, Chendi, studentessa anarchica della scuola ebraica di Milano, meditava, faceva yoga, soprattutto ascoltava e raccontava storielle che volevano essere esortative ed erano tragiche. O viceversa. Occhi color acqua di lago e accento milanese – che calcava quando voleva sfottersi – indossava volentieri cappelli e pantaloni di pelle. Teorizzava che per i libri buoni bisognava stare al bar, e alle fiere internazionali, fiondarsi a cene e a feste, tirare tardi. Chendi era in grado di trasformare un noioso incontro di sconosciuti, in una festa indimenticabile. Chendi è la persona che, con L’intestino felice, ha messo un gradino, uno zoccolo di legno nei bagni di molti. Io ho imparato da Chendi, l’ho ascoltata, soprattutto le ho voluto bene e ho riso con lei, e ridendo, ho continuato a imparare. Amata da editori e editor, autori e autrici, passanti e frequentazioni risalenti, baristi e accademici, per Chendi è possibile utilizzare quell’aggettivo che in editoria è magnifico: “universale”.

Cioè senza distinzioni tra narrativa, saggistica e generi vari. Chendi è stata universale. Patricia Chendi che ha portato il brio, il gusto, i bestseller, le stranezze, le saghe vichinghe, gli oracoli poetici, Claire Dederer e la serie di Poldark, spero che non si sia riportata – come i bambini possessori di pallone – tutto indietro, e ci abbia lasciato qualcosa del disordine rigoroso e del rigore disordinato che la fece stupenda.